Vittima di una beffa di proporzioni mondiali, Antonino Sciascia probabilmente ebbe il tempo, nella sua lunga vita, di chiedersi perché e percome il Nobel gli fosse sfuggito tra le mani.
Nel mio libro I siciliani ho cercato di raccontare questa storia esaltandone l’ironia amara che mi sembrava trapelasse. La ricostruzione che ne fa adesso Macaluso, mettendo in ordine e rileggendo carte rimaste a lungo sepolte, apre una possibilità alternativa. Suggestiva ma verosimile.
Macaluso procede fra le carte e i fatti sviluppando l’impostura che finirà per seppellire il dottor Sciascia nell’oblio della sua casa di Canicattì. I passaggi si combinano ad arte, quasi secondo una regia occulta, decretando la morte civile di Antonino Sciascia, stabilendo che il modesto medico siciliano non può avere titolo per diventare un luminare della scienza.
Macaluso è un siciliano scettico che non crede al fatalismo né alla fatalità. Macaluso è convinto che Sciascia, povero vaso di coccio, sia finito in un gioco più grande di lui. Storie di ieri, storie a volte di oggi. Ciascuno si potrà fare la sua idea. Ciascuno potrà credere alla forza della congiura o alla debolezza dell’individuo.
Resta al centro, sotto il cono di luce, la figura di Antonino Sciascia, dapprima impegnato nel fervore di una ricerca rivoluzionaria, infine sempre più sconfortato e deluso.
Attorno, un’Italia di provincia piena di preti, notabili, contadini. Una Sicilia e un’Italia che sembrano prese di peso dal romanzo I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello con tutti i furori, le violenze, le prepotenze e lo scoramento di una nazione che traumaticamente stava dimenticando in fretta gli entusiasmi risorgimentali per approdare al suo sconsolato presente. Un’Italia che non aveva creduto a Sciascia. Un’Italia che cominciava a non credere più in se stessa.